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“Coronavirus” o “Coronavairus”: sappiamo pronunciarlo?

15 aprile 2020

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Nelle ultime settimane la parola Coronavirus è entrata nella nostra vita e giornalmente ha affollato le pagine di quotidiani, siti web, social media e blog. Ognuno di noi lo nomina più volte al giorno, ma siamo sicuri di saperlo pronunciare correttamente?

Per capire quale sia la pronuncia corretta, dobbiamo partire da un’analisi linguistica del termine.

Coronavirus: un composto

Dal punto di vista morfologico (ovvero, che riguarda la formazione delle parole) la parola “Coronavirus” è un composto formato da due termini di etimologia latina: Corona e Virus. Per definizione i composti sono formati da due costituenti: una testa che fornisce al termine le caratteristiche grammaticali e un modificatore che si aggiunge alla testa del composto specificandone alcune caratteristiche ed arricchendone il significato. In questo caso virus è la testa e corona il modificatore, è quindi possibile parafrasare il composto come “virus a forma di corona”.

Una natura ibrida

Le mutazioni e gli ibridismi non riguardano solamente i virus ma anche le parole, il termine Coronavirus ne è un esempio. Pur essendo formato da due termini di origine latina, l’ordine dei costituenti non è di natura romanza, bensì di provenienza germanica.

Nei composti italiani di origine romanza, infatti, la tendenza è quella di avere il costituente di testa alla sinistra del modificatore (es. capostazione, cassapanca). L’inverso avviene nella lingua inglese (del ceppo germanico) che preferisce posizionare la testa dei composti alla destra del modificatore: es. glass door (porta di vetro), swordfish (pescespada). Per quanto possa risultare familiare, il termine “Coronavirus” si può quindi considerare di paternità inglese.

Quindi come si pronuncia?

Dobbiamo fare una premessa: la lingua è, di natura, in continuo movimento e tale plasticità ricopre tutti i fenomeni linguistici, dal nascere di nuove lingue al crearsi di un gergo da strada. Il mutamento è foraggiato dal modo in cui i parlanti usufruiscono della lingua. Per esempio: se un numero consistente di persone che condivide uno stesso codice linguistico si ritrova a utilizzare l’imperfetto come forma di cortesia anziché il condizionale (es. volevo chiederle un favore vs. vorrei chiederle un favore), allora questo nuovo uso sarà accettato dalla comunità.

Parimenti, parlando di Coronavirus, sembra che la popolazione italiana abbia accolto il nuovo termine con la forma fonetica italiana rifiutando la pronuncia inglese, è quindi corretto attenersi alla pronuncia condivisa dalla comunità linguistica e parlare quindi di Coronavirus e non di Coronavairus.

Cosa si può imparare da questa parola

Questa breve rassegna su un termine che è entrato nelle vite di tutti noi può restituirci importanti insegnamenti sul linguaggio.

Per prima cosa risulta evidente come la lingua non conosca confini, ogni codice è risultato di un processo storico che tocca lingue diverse e si alimenta quotidianamente attraverso il contatto con codici stranieri.

In secondo luogo, si può dire che in linguistica non esista l’errore: lo studio della lingua si basa sulle produzioni dei singoli parlanti, non è corretto quindi parlare di giusto o sbagliato, perché i “parlanti” sono proprio i protagonisti del mutamento.

L’analisi ci permette inoltre di comprendere meglio il ruolo del linguista: il suo compito è cogliere le particolarità del linguaggio interpretando il dato linguistico generale, con lo scopo di rendere sfumature linguistiche e pattern comprensibili e fruibili.

Anche i circa 5 milioni di post che entrano giornalmente nella Blogmeter Suite, come è ovvio, sono parte del linguaggio, ed è per questo motivo che la figura del linguista è importante per Blogmeter. Un linguista è in grado di cogliere le sfumature del linguaggio come l’ambiguità, i diversi significati delle parole, le differenti costruzioni sintattiche, le espressioni idiomatiche e le caratteristiche semantiche dei termini con un duplice vantaggio:

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